Lettere
 

Donn’angiulinu

mare19aprdi Nino Mallamaci*-Come tutti i bambini, eravamo innamorati del mare. Vivendo in collina, però, la possibilità di tuffarci nelle gelate e dolci acque dello Jonio era inevitabilmente connessa con l'arrivarci in qualche modo. L'unica certezza, in quegli anni, era l'assenza costante di mio padre, medico e sindaco del paese: pensare di andarci con lui era come sperare, oggi, che Salvini abbracci un nero o che Renzi non pensi solo ai fatti suoi. Arrivava l'estate, e per i cinque pargoli d'u medicu – l'ultimo non era ancora tra noi - si poneva lo straziante problema di come andare al mare. Lo so, nello stesso periodo vedevamo sui periodici le foto dei bambini del Biafra che morivano per la denutrizione, e sicuramente quello era un enorme, vero problema. Ma noi, piccoli egoisti, pensavamo ai bagni, e solo un po' anche ai nostri coetanei del Biafra. Così, una volta ci arrangiavamo con zia Olga, che si caricava su una Bianchina – una specie di scatoletta con le ruote – otto o nove nipotini; un'altra con zio Berto, sulla cui Anglia c'era posto per la sua famiglia di quattro persone e massimo due di noi; un'altra ancora con zio Giovanni, dove ai cinque di diritto se ne potevano aggiungere al più uno o due. Insomma, eravamo i rompicoglioni della casata Mallamaci, coloro i quali ogni santo giorno erano lì a pietire un posto da una parte e uno dall'altra, anche se, a dire il vero, gli zii facevano di tutto per accontentarci grazie pure alle pressioni dei cugini che ci volevano con loro. Ma lo spazio era quello e i bambini almeno dieci, quando non si aggregava qualche villeggiante proveniente da Messina o da Reggio, dalla prole di zia Leonida o di zia Alba. Ancora, tra l'altro, non eravamo in età da autostop, una modalità di avvicinamento alla costa e alla città che sarebbe esplosa solo anni dopo, quando frotte di motticianelli si piazzavano a piazza Manganelli, all'andata, o al bivio, al ritorno, col pollice direzione mare o monti.

Fu così che un anno mio padre decise che era arrivato il momento di affrontare di petto la questione.

Donn'Angiulinu (trad. Don Angelino, n.d.r.) era lo sciafferru (da chauffeur, in francese) del paese. Possedeva una 1500 bianca tenuta rigorosamente in garage, immacolata e tanto linda che brillava come neve al sole di montagna. Mio padre decise, ritengo su richiesta pressante di mia madre – "Beni, i figghioli ann'a jhiri a mari chi sinnò ne sopportu. I to frati e to soru ne ponnu purtari a tutti. Forsi si 'ndaivumu fattu carcunu i menu...", colloquio immaginario e solo ipotetico, nell'ultima parte, giacché mai e poi mai si sarebbe affrontato un argomento avente una minima attinenza col sesso, che, tra l'altro, aveva solo fini procreativi – mio padre, dicevo, decise di risolvere la questione rivolgendosi a Donn'Angiulinu. E così, ogni mattina, i figghi d'u medicu si accomodavano sulla automobile di Donn'Angiulinu il quale, a una velocità di crociera di 15 - max 20 chilometri orari, che anche mio zio Giovanni avrebbe ritenuto insopportabile posto che lui si spingeva fino ai 25, copriva in 45/50 minuti la distanza di 7 km che separava i bimbi dal mare. La guida di Donn'Angiulinu aveva una peculiarità che ai tempi, inesperto com'ero, ritenevo avesse un nesso con necessità o della conduzione del mezzo, oppure di carattere fisico dell'autista. Nelle curve, e tra il paese e il mare ce n'erano a decine, Donn'Angiulinu reclinava la testa seguendo il movimento della macchina, a destra o a sinistra, tanto che i suoi capelli lisci e bianchi come nuvole prendevano quel po' di vento – pochissimo, considerata la "velocità" – e ondeggiavano vistosamente. Addirittura, nei tornanti più accentuati arrivavano a pochi centimetri dall'asfalto. Tutti noi, dentro la macchina, emulavamo Donn'Angiulinu, tanto che veniva da pensare che l'automobile avrebbe seguito le curve anche senza ruotare lo sterzo, col solo reclinare delle 6 teste a bordo. I privilegiati seduti accanto ai finestrini – la prassi indiscussa e inviolabile prevedeva i più piccoli all'interno, e non c'erano santi - rischiavano pure di arrivare a destinazione con la faccia puntellata di spine delle ficarazzare – fichi d'India, n.d.r. – tanto si avvicinavano al bordo della strada sporgendo la testa fuori dagli sportelli. L'altra ipotesi sulla quale riflettevo allora era che Donn'Angiulinu avesse qualche problema alla pelle del viso, e avesse bisogno di rinfrescarsela costantemente. Oppure, che un pizzico di vanità, in quell'uomo solitamente così sobrio e schivo, facesse capolino durante i suoi viaggi estivi in macchina e gli piacesse mostrare la sua folta chioma al vento. Per farla breve, la postura di Donn'Angiulinu in fase di curva rimane, a tutt'oggi, avvolta nel più buio mistero.

In ogni caso, la spedizione si concludeva con l'arrivo da zio Bruno. Sì, e questa è un'altra particolarità, perché quando andavamo a mare con lo sciafferru non ci fermavamo dove c'erano i nostri zii e cugini mallamaciani, ma proseguivamo verso casa del fratello di mia madre. Forse lei voleva che stessimo un po' coi suoi parenti: anche questa scelta non ebbe mai una spiegazione esplicita. Ma per noi era una cosa bellissima, a dire il vero, perché potevamo stare con la tribù dei cuginetti che allora, in attesa dell'ultimo arrivo, contava sei pargoletti. Mentre noi stavamo in spiaggia e nell'acqua, sorvegliati non so come visto il numero e la vivacità che ci contraddistingueva, Donnangiulinu aspettava al fresco. Almeno noi lì lo ritrovavamo, e la sua proverbiale astinenza verbale – io non ricordo di averne sentito la voce una sola volta – non ci aiutava a saperne di più. Trascorsa così la giornata al mare, affrontavamo il viaggio di ritorno, alla stessa "velocità" dell'andata pur essendo in salita. Era praticamente impossibile, se non stando fermi, andare più adagio. Per Donnangiulinu, discesa o salita non faceva alcuna differenza. 15/20 chilometri orari, e capelli al vento in ogni curva.

*Avvocato e scrittore